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Qando la musica diventa uno strumento di sorveglianza e raccolta dati. Il caso di Spotify

Qando la musica diventa uno strumento di sorveglianza e raccolta dati. Il caso di Spotify

La giornalista statunitense Liz Pelly analizza il lato oscuro della più grande piattaforma di streaming musicale al mondo. Ecco come ascolti, playlist e ricerche possono rivelare abitudini, stati d’animo e tendenze personali.

Cuffiette nelle orecchie, cellulare in mano, la solita playlist di Spotify da ascoltare più o meno distrattamente. Altra immagine. L’ingresso in macchina, si connette lo smartphone e si scelgono le canzoni per affrontare un viaggio. Scene di vita quotidiana, apparentemente. E invece, s’innesca uno dei più accurati e pervasivi sistemi di data intelligence e di profilazione di massa.

La quotidianità come vettore dell’intelligence, con la creazione e la raccolta di una mole grandissima dei dati. La vera chiave geo-economica e finanziaria del presente. Dei lati più insospettabili di una delle principali applicazioni globali si è occupata la giornalista statunitense Liz Pelly, nel suo “In Mood Machine – L’ascesa di Spotify e il prezzo della playlist perfetta“.

Pelly, che già aveva criticato “artisticamente” quel sistema perchéSpotify nega ai musicisti la scelta di dove pubblicare” è andata oltre. Nel suo libro, come ha riportato La Stampa, ha raccontato la storia della piattaforma. Esempio tangibile di “streaming come sorveglianza” e conseguentemente pilastro di quel “capitalismo della sorveglianza” già teorizzato da Shoshana Zuboff.

L’importanza delle scelte

Si può presumere, scrive Pelly, che “ogni scelta nell’app sia annotata da qualche parte e che serva attivamente per dare suggerimenti o no. Si dovrebbe pensare sempre che “ci sia la registrazione di qualsiasi interazione che si ha con l’app di Spotify”.

L’azienda afferma di raccogliere miliardi di data points ogni giorno, “per alimentare i suggerimenti e le pubblicità mirate“. Osserva molto attentamente i suoi clienti, tanto da creare dei profili e dei suggerimenti assolutamente targettizzati.

L’esempio lampante avviene ogni anno, durante la campagna “Wrapped”, spesso ricondivisa. Questo aspetto “rivela come molti utenti si sentano ormai a proprio agio in questo tipo di compromesso“.

La raccolta e la vendita dei dati

Attualmente, comunque, la pubblicità costituisce “una percentuale piuttosto piccola ma non insignificante dei ricavi totali di Spotify, circa il 13%“. La piattaforma “sta sempre cercando di far crescere questa cifra, ovviamente, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a rendere la pubblicità il 20% del business“.

Spotify collabora con Acxiom, uno dei più grandi broker di dati al mondo. Quest’ultima, “a tutto il 2021 asseriva di avere profili di dati dettagliati per 2,5 miliardi di persone in sessantadue Paesi“.

Nel 2023 “c’erano sessantasette diverse aziende nell’elenco dei venditori di cookie di Spotify“. Usavano “cookie e tecnologie simili sul Servizio di Spotify per fornire servizi alla stessa azienda svedese e ai vari collaboratori pubblicitari“.

California Dati Personali

Nel 2016, la piattaforma musicale ha iniziato a vendere i suoi dati proprietari sui mood a WPP, una delle più grandi aziende del mondo di marketing globale. La sinergia è stata riconfermata nel 2023, “con la promessa che WPP avrebbe messo i dati proprietari di Spotify a disposizione dei propri clienti“.

Tutti questi legami commerciali, ha ribadito l’autrice, sono fondamentali proprio perché sono “questioni relative alla privacy e alla sorveglianza“. Il tutto, anche se vende agli inserzionisti una targettizzazione sulla cui effettiva portata restano molti dubbi e poca trasparenza.

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