Per Canberra, la sfida non riguarda soltanto la difesa nazionale, ma anche la competizione geopolitica per l’influenza nel Pacifico.
“Le capacità militari della Cina di condurre attacchi aumenteranno nel prossimo decennio. Nel breve termine le minacce più concrete riguarderanno il cyberspazio e le infrastrutture critiche, in particolare i cavi sottomarini per le comunicazioni“. Sono queste le preoccupazioni dell’Australia, emerse da un nuovo rapporto pubblicato lunedì dal Lowy Institute, centro studi indipendente con sede a Sydney.
Secondo lo studio, Pechino sta sviluppando nuove capacità militari che potrebbero modificare gli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico. Tra i nuovi assetti, figurano un nuovo bombardiere stealth a lungo raggio attualmente in fase di sviluppo e la possibilità di schierare missili e velivoli in basi situate più vicino al territorio australiano.
Per il Governo di Canberra, la sfida non riguarda soltanto la Difesa nazionale ma anche la competizione geopolitica per l’influenza nel Pacifico. Questa regione è destinata a diventare sempre più centrale nel confronto strategico tra Cina e Usa nei prossimi anni.
La priorità delle minacce
Per il Lowy Institute, sottolinea la Reuters, “tali sviluppi potrebbero aumentare rapidamente e drasticamente il livello della minaccia nel lungo periodo“.
Nel rapporto si legge: “La Cina cerca attivamente accordi per l’installazione di basi militari nelle nazioni insulari del Pacifico almeno dal 2018. Qualsiasi base permanente di questo tipo porterebbe l’Australia centrale entro il raggio operativo dei bombardieri cinesi e consentirebbe di lanciare attacchi con maggiore frequenza“.
In ogni caso, “le minacce più probabili nel breve termine non richiedono necessariamente l’impiego di armamenti convenzionali“.
Il rapporto evidenzia inoltre che la Cina disporrebbe già di capacità avanzate per interrompere le comunicazioni digitali e il commercio marittimo australiano. Pechino sarebbe già in grado di colpire il nord dell’Australia attraverso sistemi missilistici schierati negli avamposti militari costruiti nel Mar Cinese Meridionale.
Preoccupano le Isole Salomone
Tra i Paesi osservati con maggiore attenzione vi sono le Isole Salomone, considerate dagli analisti il collaboratore regionale più vicino a Pechino. Nel 2022 l’arcipelago ha firmato un accordo di sicurezza con la Cina che ha suscitato forti preoccupazioni sia a Canberra sia a Washington, spingendo l’Australia a rafforzare la propria attività diplomatica nell’area.
Durante una visita ufficiale in in Oceania all’inizio del mese, il Primo ministro delle Isole Salomone, Matthew Wale, ha annunciato l’intenzione del suo Governo. In particolare, quella di negoziare un trattato strategico globale con l’Australia e di riesaminare l’accordo di sicurezza sottoscritto con la Cina.
La replica della Cina
Il Ministero degli Esteri cinese ha respinto con fermezza le conclusioni del rapporto. Il portavoce del ministero Lin Jian ha accusato gli autori dello studio di partire dal presupposto che ogni grande potenza persegua inevitabilmente obiettivi egemonici. Ha definito questa interpretazione “un grave errore strategico nella valutazione della Cina“.
Nonostante le tensioni strategiche, comunque, il Paese asiatico è rimasto il principale riferimento commerciale dell’Australia, assorbendo quasi un terzo delle esportazioni australiane.
Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi si erano invece deteriorate dopo il 2018 a causa di una serie di controversie politiche e di sicurezza. Queste tensioni erano culminate con l’introduzione di sanzioni commerciali cinesi su diversi prodotti australiani. Tuttavia, i rapporti hanno registrato un graduale miglioramento dal ritorno al Governo del Partito Laburista nel 2022.
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